IN TARDA ETÀ - di Ivo Zunica

 

“Perché a vent’anni è tutto ancora intero, / perché a vent’anni è tutto chi lo sa. / A vent’anni si è stupidi davvero…” Così canta il Poeta nella sua “Eskimo”. E a vent’anni non ci si pensa mai: la vecchiaia è un luogo del futuro remoto, forse immaginario. A vent’anni ci si sente (anche se non lo si pensa) eterni ed immortali.

E poi invece, in men che non si dica, arriva la terza stagione del proprio tempo, e la vita, voilà, è in gran parte passata. Ma capita sovente che non ci si abitui per tempo a pensare per gradi alla vecchiaia. Si continua a sentirsi come giovani anche a 30 anni, a 40, a 50 ecc. Poi succede, assai più di quel che accadeva un tempo, che gli ultrasessantacinquenni (vabbè, diciamo pure gli anziani, per brevità) si ritrovano vecchi d’emblée. E si ritrovano a quell’età come smarriti. Con la pensione, poi, capita perfino che perdano il senso della propria identità, maturata ed ancorata ad una vita di lavoro. Ma chi sono ora io? Qual è il mio ruolo nel mondo? Così ci si sente inutili alla vita e a se stessi. Invece…

Pensiamoci bene, perché noialtri attempati siamo ormai una ben nutrita schiera, nei paesi cosiddetti sviluppati. Certo, la pubblicità non si dimentica di noi e ci corteggia pure, ma solo come potenziali acquirenti di dentiere, apparecchi acustici, pannoloni e protesi di vario genere. Il sistema ci lascia però solo un ruolo e un’identità da consumatori.

Un tempo, invece, le cose non andavano così. Era quel tempo in cui i cambiamenti tra una generazione e l’altra erano così rari e lenti, che davvero gli anziani venivano riconosciuti come una risorsa, un serbatoio di conoscenze e competenze. Ma ora non è più così: i cosiddetti progressi della tecnologia ci rendono dei dinosauri. I nostri figli e nipoti (i nativi digitali) ne sanno (per fare solo un esempio, ma rilevante) assai più di noialtri “veci” in materia di computer e cellulari. Dunque è vero? Gli anziani non sono più saggi? Non servono più a nulla?

C’è stata una recente stagione (che ahimé perdura) di “giovanilismo” e rottamazione. L’industria insegue ed alimenta il parossistico bisogno del cambiamento continuo e della cosiddetta “innovazione” (beh, bisogna pur vendere, e per vendere bisogna che tutto diventi vecchio e superato più in fretta che si può). E così la maggioranza silenziosa di noi vecchietti, oltre allo scorno e al danno degli acciacchi e dei malanni, che sono un portato dell’età (a mano a mano che la “macchina” si logora e si guasta richiede sempre più spesso revisioni e riparazioni), ci si ritrova anche nel cerchio della irrilevanza, della marginalità, dell’esclusione.

Ma consideriamo intanto due principi lapalissiani. Non è che tutto ciò che è vecchio è per ciò stesso inutile, superato, inefficacie. Chi l’ha detto? D’altro canto, molto di ciò che è nuovo, è spesso (scusate il francesismo) un emerito cumulo di stronzate.

E allora? Possono ancora servire gli anziani, essere “utili” (se vogliamo metterla solo su un piano meramente utilitaristico)? Io penso di sì. Non tanto per le cose che sanno fare, di gran lunga surclassate dalla loro ignoranza di un mondo tutto telematico e on-line, in cui, se non sai navigare a puntino, sei un bel po’ fuori dai giochi della vita. E tuttavia, tutti gli anni che hai vissuto ti lasciano pur sempre dentro un patrimonio di qualità immateriali, come la pazienza, le capacità empatiche, l’equilibrio, il senso della prudenza e quello della misura, il saper vedere meglio i pro e i contro delle situazioni, la prospettiva più profonda del buono (e del cattivo) che c’è nelle cose e nella gente, e via di questo passo. Vogliamo chiamare tutto questo con una parola presuntuosa che risponde al nome di saggezza?...

Bisognerebbe che qualcuno lo facesse capire a chi è più giovane che questo patrimonio di pensiero moderato e “largo” può essere prezioso. Ma in questi nostri mala tempora, ahinoi, il nuovo continua ad essere sempre bello per partito preso, e il vecchio pare sempre da buttare.

 

Prof. Ivo Zunica