EDIPO RE al MANN - Prof. Nicola Montanile

C'ERA UNA VOLTA...
MOSAICO DI EDIPO RE CHE UCCIDE IL PADRE LAIO AL MUSEO NAZIONALE DI NAPOLI

Alla recriminazione del celeberrimo Cippus Abellanus, blocco di pietra, con incisa una iscrizione Osca di 57 linee, che documenta, tra l'altro, la presenza in Avella del discusso Tempio di Ercole, fa riscontro quella del Mosaico Edipo Re, perchè, quantunque rinvenuti sul territorio avellano, entrambi impreziosiscono Nola e Napoli.
Le vicende del primo e di come e quando sia finito nella città dei Gigli, sono note a tutti, per il secondo, invece, abbiamo notizie consultando il libro del cav. prof. Sacerdote Luigi Napolitano, "Memorie Archeologiche e Storiche di Avella - precedute da alcuni cenni sulla questione etnografica" -, e precisamente nel "CAPO XXV, le "Parrocchie", in una nota, a pagina 240.
"Il 19 ottobre del 1921, nel giardino del Sig. Ottavio Barba, il figlio Martino col compagno Massimo Gaetano, divertendosi a scavare, urtarono colla vanga in un ostacolo alla profondità di circa un metro. Sgombrato il terreno soprastante, venne fuori un meraviglioso pavimento a mosaico, poi altri e altri ancora.
Il pavimento centrale, di circa 2 metri quadrati, contiene figure policrome di fattura squisita, contornate da una specie greca. Rappresentasi una biga in corsa, tirata da due cavalli, guidati da un uomo in piedi, riccamente vestito, con tunica rosa, che con la sinistra regge le redini e colla destra impugna una lancia per difendersi contro un robusto assalitore, nudo, con sandali, che già poggia col piede destro su di una ruota e colla spada corta nella destra sta per colpire l'auriga.
Travolti dalle zampe dei cavalli giacciono morti due guerrieri, con lance e gli scudi, accanto.
I competenti, venuti da Napoli, opinano che la lotta rappresenti Edipo, che uccide il padre Laio, che si recava a consultare l'oracolo.
Pare che questo stupendo mosaico appartenga all'epoca pre-romana, quando l'arte etrusca s'inspirava a quella greca, riproducendone anche i più noti episodii.

Il Governo consegnò al proprietario Barba lire 10mila, e trasportò nel Museo Nazionale di Napoli questo tesoro di arte etrusca, promettendo di proseguire gli scavi: ma...finora non si è fatto nulla! Perché non si continua a sterrare?
Gl'importanti pavimenti, situati pochi lungi dalla Chiesa di S. Pietro, secondo il parere dei dotti, potrebbero essere proprio i ruderi del palazzo di Tiberio.
Il Municipio, a cui dovrebbero essere a cuore le glorie paesane, deve insistere presso le Autorità, mettendo in pratica il precetto evangelico: Pulsanti, pulsanti aperietur".
Questo è quanto ci riferisce lo scrittore speronese, i cui genitori Nicola e Caterina Guerriero, erano avellani ed il testo, in questione è del 1922, Stampato  a Castellammare di Stabia, Tipografia e Cartoleria Umberto Fedeli, Corso Vitt. Eman. 56 e 57.
Per la cronaca, il Palazzo Barba, oggi, ovviamente, trasformato, è situato, sulla destra, partendo da piazza Municipio, lungo il Corso Vittorio Emanuele, ex Decumano Maior ed in un vano del quale, fino alla fine del secolo scorso vi era la bottega del compianto calzolaio "Pauluccio", fermo restando che i proprietari attuali sono la famiglia Napolitano, alias "Tanburri" o "Brasiliani".
Individuata l'ubicazione dello stabile, proprietario, come appreso, era Ottavio Barba, sposato con Donna Maria Michela Lombardo, residenti in Contrada San Pietro.
Il Barba, in questione, pare che non abbia nessun grado di parentela con gli altri menzionati nei precedenti articoli.
Una cosa però è certa che anch'egli fu Sindaco di Avella dal 1 marzo 1827 al 15 ottobre 1832, il quale in occasione di una registrazione di nascita, datata 15 gennaio 1828, quando era primo cittadino, non la registra lui, tanto è che si legge "per titolare interessato" e non è ne quella della figlia Rosina, deceduta a solo 12 anni, ne dei due  figli, il trentenne Giuseppe ed il trentasette Francesco, uccisi, in via delle Pigne, nell'ambito della lotta tra le faide delle famiglie Maietta e Sorice, rispettivamente Carbonari e Calderari (Associazione segreta reazionaria) dei moti del 1821, mentre la moglie, Maria Michela o Michela, lasciava la vita terrena nel 1833, all'età di circa quarant'anni. (i due fratelli vennero pugnalati dai Sorice).
Da altre fonti si apprende che Martino, chirurgo e direttore degli Ospedali napoletani, nonché scrittore di interessanti trattati medici, nacque il 3 luglio 1824 ad Avella ed ivi morì il 28 marzo 1906.
Or bene, bisogna ringraziare il Martino, considerando che alla veneranda età di 97 anni, se nato nel 1824 o invece 93, se nel 1828, ebbe la forza di prendere una vanga, come ci dice il Napoletano, e scavare.
Curiosità e fatti strani a parte e tagliando la testa al toro, pare, però, che sia morto il 28 marzo 1906, comunque, all'età di 82 anni, ricordiamoci, solo, per il Cippus ed il Mosaico, il motto "Spingete con forza e vi sarà aperto".
E incominciamo a chiederlo a l'unico Barba, da parte di madre, ancora in vita, alias l'emerito docente prof. Francesco Balletta della Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Napoli Federico II.