PREGIUDIZI SULL'ARTE CHE NON SI CAPISCE - di Ivo Zunica
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L’arte che non si capisce, non si capisce proprio, è l’arte astratta. Questo nella vulgata corrente. Eppure, nella sua versione – come dire? – “ufficiale”  (perché in realtà forme di astrattismo sono sempre esistite) l’arte astratta ha compiuto più di un secolo. E’ nata all’incirca con le avanguardie storiche del primo Novecento. Ha ormai conquistato pieno diritto di cittadinanza nel Parnaso delle Muse. Cionondimeno continua a sussistere, nei suoi confronti, una resistenza, un pregiudizio, un rifiuto, che è peraltro comprensibile, che ha le sue ragioni d’essere.

Ora, non è che la maggior parte delle persone si strappi le vesti su tale argomento: dell’arte astratta a moltissimi importa assai poco (a anche dell’arte in genere, ahinoi). Ciò nonostante è un tema che continua, di tanto in tanto, ad accendere discussioni aspre e appassionate anche tra quei non addetti ai lavori che tuttavia abbiano un qualche interesse e una qualche curiosità per le “manifestazioni dello spirito”.

Quando diciamo arte astratta parliamo di un’arte che non rappresenta nulla: nulla, cioè, di riconoscibile nel mondo esterno, nella realtà che ci circonda. L’arte astratta può essere geometrica (fatta di linee, di strisce, di cerchi ed altro ancora) oppure può essere informale (fatta di maculazioni, campiture, tinte e toni, schizzi di vernice ecc.). Ma in ogni caso per molti essa è frustrante perché non rappresenta niente che si possa riconoscere nella cosiddetta realtà.

Di fronte a un dipinto o a una scultura astratti, molti pensano (o dicono): boh!? Non ci capisco un’acca. E poi (in cauda venenum) soggiungono: ma insomma, sono capace anch’io di tracciare righe, fasce, spruzzi e macchie a casaccio. Allora siamo tutti artisti?...

Invece, di fronte all’arte figurativa stricto sensu, a quella che rappresenti, in qualunque modo, qualcosa che esiste nel mondo reale (persone, paesaggi, animali, oggetti e quant’altro) i profani si sentono,  per così dire, tranquillizzati: ecco, questa sì che la “capisco”: vedo che cosa è rappresentato in quel dipinto, in quella scultura. Quindi la capisco.

Ma in realtà non è detto che capiscano alcunché: semplicemente riconoscono nelle linee, nei colori e nelle forme qualcosa che esiste (o che potrebbe esistere) nel mondo reale, nella realtà che cade sotto i nostri sensi. Ma poi, i più avveduti, si accorgono comunque che il punto non è lì: non è la cosa rappresentata in sé che genera il fascino, l’interesse, la complessità, la suggestione di quella data immagine; è, piuttosto, il modo della rappresentazione. Il modo della rappresentazione è ciò che fa la differenza tra una “crosta” da bancarella e un paesaggio di Cezanne o una natura morta di Matisse.

Senonché, a poco rifletterci, esiste in verità un’arte astratta quasi per statuto, o per antonomasia: ed è la musica. La musica, intendo dire, senza parole. Le quattro stagioni di Vivaldi non è che c’incantino in virtù del titolo, perché ci sentiamo autorizzati a riconoscervi, puta caso, il cinguettìo degli uccelli o lo stormire delle fronde. Del resto, se un brano s’intitola, poniamo, Op. 157, non abbiamo più neppure l’alibi del titolo. Eppure la musica, sia essa classica o jazz o “etnica”, può appassionarci, intrigarci, catturarci, estasiarci e… e non c’è dubbio che si tratti di un’arte assolutamente astratta, fatta solo di armonie, toni, intensità, ritmi ed altro ancora che non sono in realtà mimesi di nulla che esista nel mondo esterno a noi, ma semmai di qualcosa che esiste nel mondo “interno” all’autore (e nostro).

Purtuttavia si è in grado (chi più chi meno) di distinguere tra una melodia evocativa e ipnotica, da una parte, e un’arbitraria o sgradevole o insulsa accozzaglia di suoni, dall’altra. E perché dunque non possiamo fare lo stesso per l’arte astratta: armonia o dissonanza di toni, colori e forme che non rappresentano nulla di riconoscibile nel mondo esterno, eppure possono essere armonia (o disarmonia ricercata e voluta) di accostamenti visivi che generano emozioni nel riguardante?

 

Nella foto, un dipinto di MONDRIAN – Piet Mondrian, pittore olandese (1872 – 1944), fondò con Theo Van Doesburg la corrente pittorica del “neoplasticismo” . I suoi quadri, apparentemente semplici (spesso imitati e banalizzati) sono il risultato di una continua ricerca di equilibrio e perfezione formale.

 

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