"UANTIERE", DONNE E NOZZE

di Nicola Montanile

 

Nota di costume 

Il rito della "uantiera" è un altro nostro caratteristico vizio nostrano.
E' un rito che si manifesta nelle processioni e soprattutto negli sposalizi, allorquando gli innamorati coronano il loro sogno d'amore.
Esso consiste nel rendere omaggio o far gli auguri alla coppia con il gettare fiori, deposti in vassoi. Altri, invece, lo fanno col rompere piatti ai piedi degli sposi, o col lanciare riso e soldi. Nel primo caso significa "festa" o affetto, nel secondo abbondanza, nell'ultimo ricchezza. Buttano le "uantiere" le donne, alle quali è stato fatto anche alle proprie figlie e ai propri familiari, quelle che hanno le figlie da maritare, quelle che non ricordano se ai loro è stato fatto e quelle che fanno collezione di bomboniere. Sono capaci di prendersene anche tre o quattro, disponendo di varie lanciatrici familiari.
La rituale celebrazione inizia nel momento in cui i futuri sposi si recano sull'altare, quasi sempre in un orario che va delle undici e trenta per finire, volendo essere fiduciosi, all'una.
Le nullafacenti aspettano col vassoio in chiesa e si collocano nei pressi delle acquasantiere. Come "brigadere" stanno attente che qualche sbadato o qualche malintenzionata si bagni le mani per farsi il segno della croce.
Si dice che se lo si fa, prima che la coppia sposi, porta sfortuna, o meglio, "scalogna". In che modo, non si può dire. Chiedetelo direttamente a loro.
Ci sono, poi, le cosiddette occasionali e non sapenti. Si trovano ad affacciarsi in chiesa, o vi passano davanti casualmente. Chiedono incuriosite. Subito provvedono a procurarsi una manciata di fiori dalle "uantiere" delle "brigadere". Li ripongono in un fazzoletto, oppure nelle mani. Se c'è tempo, corrono a casa, quando vengono a sapere che gli sposi sfilano in quei pressi.
A casa si corre ad abbassare la chiavetta del gas, per ritardare la bollitura dell'acqua in pentola. Se non c'è tempo, si preoccupano di mandare un figlio o qualche vicina di abitazione a farlo, oppure a prendere un vassoio. Finalmente finisce la celebrazione. E' l'ora dell'uscita dalla chiesa. I perpetui, le perpetue e gli stessi parroci incominciano a fare la faccia truce. Gli uni perchè pensano che dopo devono pulire la chiesa, gli altri perchè sono contrari a queste cose.I nizia anche una fitta rete "spionistica", organizzata dalle "uantieranti" rimaste a casa fuori l'uscio. Si sussegue una tempesta di domande, caratterizzata dal chiedere da che parte sfila, se lo fa a piedi, in auto, se gli sposi vanno prima all'abitazione. Il tutto è coronato da uno spostamento in corsa da un posto all'altro continuamente.
Forse così è stato inventato il noto "laccio d'amore". Si individua la sfilata, ma si è accumulata pure una forte e spossante carica nervosa. Non importa, ci si scarica lanciando fiori e piatti. Ad ostentare un senso truce sono anche le spose e lo stesso proprietario dell'auto, se si sfila motorizzati. Il problema rimane sempre la preoccupazione di sporcarsi la veste bianca, per le une, mentre per l'altro l'auto.
Si ritorna a casa col sospirato trofeo della bomboniera, che oggi è diventato un oggetto utile. Tutto è finito. La pentola si è, intanto, stufata di bollire. Subentra un dubbio: se calare la pasta, o se fosse opportuno, con quell'acqua, lavarsi i piedi.

La Voce della Bassa Irpinia e del Cittadino - Anno Vi Numero 19, 16 novembre 1987