RISORGIMENTO, UN MARTIRE DELLA LIBERTA’: il carbonaro avellano Nicola Luciano

IL CARBONARO AVELLANO NICOLA LUCIANO

di Nicola Montanile

 


“Rapporto a De Concilj della deliberata diserzione da Nola (1) - Avella il 1° luglio 1820

Signor Tenente, mi affretto parteciparvi che questa mattina il sotto- uffiziale del distaccamento qui stazionato del reggimento Borbone cavalleria, è venuto ben tre volte in mia casa, insistendomi che mi fossi con sollecitudine portato in Nola per un affare che non ammetteva dilazione.
Veggendo abbastanza dei suoi detti di che mai si trattasse, non ho esitato un momento a recarmi colà. Mi sono abboccato col tenente Silvati e col sergente- maggiore Altomare, i quali mi hanno comunicato la risoluzione presa di muoversi col reggimento nella prossima notte in unione di parecchi paesani. I medesimi perciò mi hanno premurato a disporre i miei e quanti più avessi potuto del circondario, per attendere la loro mossa e la loro venuta alle cinque e mezzo di notte, e che frattanto mi fossi portato costà per recarne a voi l’avviso. Io non ho creduto di potermi muovere un solo momento da qui in questa circostanza, e credo anzi che la mia persona sia necessaria; vi scrivo perciò, e colla presente vi metto a giorno di tutto. Io non solamente già ho disposto i miei paesani, ma insieme anche ho inviato il sergente dei militi Stefano Maietta a recarne l’avviso pel circondario, ed ho spedito un corriere in S. Maria per avvisarne i signori Maietta, i quali essendo colà relegati per opinione, correranno certamente alla difesa della causa comune. Voglio sperare che se voi secondate un tal movimento sarà tutto per riuscire felice, e che l’aurora di domani sarà quella della nostra rigenerazione politica.

Nicola Luciano”. 

Il personaggio che firma la lettera è il patriota avellano, nato ad Avella, il 28 gennaio 1786 da don Francesco e Donna Cecilia d’Anna e morto il 23 aprile 1859, celibe e domiciliato nella strada detta S. Giovanni della Collegiata.

CRONACA:(2) Ad Avella vi erano i Calderai ed Carbonari, i primi erano capeggiati da Don Giuseppe Barba e a cui era affiliata tutta la famiglia, mentre ai secondi apparteneva Don Francesco Majetta, Capitano dei militi provinciali.
Queste due famiglie, per lotte sanguinose, nelle quali non vennero risparmiati nemmeno i domestici, furono allontanate da Avella; infatti i Barba furono destinati a Caserta, mentre i Majetta a S. Maria Capua Vetere. I Majetta tornarono in paese allo scoppio della rivoluzione ed insieme agli altri Carbonari accusarono i Barba di trasporto di armi, di tramare contro il governo e chiesero che fossero relegati in un isola, ma quando nel 1821 cadde il governo costituzionale e le truppe austriache tornarono nel Regno, Don Giuseppe Barba, il 6 giugno, era già sindaco e allora per i Carbonari cominciarono tempi duri, con arresti, processi e condanne. Don Francesco morì il 15 gennaio 1850, nella sua casa alla “Contrada S. Giovanni”.

NICOLA LUCIANO:
In questa lotta politica si inserì proprio il fervente liberale Don Nicola Luciano, che divenne il capo incontrastato dei Carbonari avellani e mandamentali.
Egli studiò nel Seminario di Nola e poi legge a Napoli e non si sa se si laureò; militò nel corpo dei corazzieri a cavallo e raggiunse il grado di sergente- Maggiore di cavalleria del re, col grado di maresciallo, ma perché di sentimenti rivoluzionari, si dimise. Nel 1817 era ad Avella, dove lavorava a diffondere la Carboneria e ad incoraggiare gli affiliati e quindi si scontrò ben presto con la famiglia Barba.
Successivamente, fu obbligato a risiedere in Capua sotto sorveglianza e ritornò il 16 giugno 1819, dopo sedici mesi e ripigliò le file dell’interrotte trame e si tenne in contatto con Minichini e con altri Carbonari del Circondario; stabilì contatti con Bianchi e Preziosi di Mercogliano e strinse rapporti con De Concji di Avellino e ne fa testimonianza la lettera.
Ma il contributo del Luciano non si limitò alla preparazione ed infatti guidò una colonna di 400 avellani sulla linea del Ponte di Schiava a fronteggiare le troppe del Generale Carrascosa.
Eletto Sindaco al posto di Don Arcangelo Niola, fece inalberare, sulla torre civica, il vessillo tricolore Carbonaro; resse il Comune fino alla caduta del Governo Costituzionale e i suoi avversari lo accusarono di aver dilapidato il patrimonio comunale e di beneficenza e di aver imposto una tassa “ingiusta e capricciosa”. Però dovettero riconoscere che non aveva commesso abusi col bastonare i cittadini come avevano fatto altri Carbonari e fu lodato perché, quando entrarono gli austriaci nel Regno, aveva mantenuto l’ordine pubblico.
Venne arrestato il 2 maggio “nella piazza di Avella” da un piccolo numero di gendarmi e da guardie rurali del Comune di Nola, in seguito a precise indicazioni ricevute da quel Giuseppe Barba. Fu giudicato dalla Gran Corte Speciale di Napoli con sentenza del 20 Agosto 1825 e, ritenuto responsabile del delitto dio lesa Maestà, fu condannato alla pena dell’ergastolo, ridotta poi ad anni venti di ferri e scontò la pena nell’isola di Favignano, da dove fu liberato per effetto dell’atto sovrano del 18/12/1830.
Dopo un anno fu coinvolto in un'altra congiura, ma si sottrasse alla cattura, rendendosi latitante. (...continua...)

(1)”La Storia della rivoluzione di Napoli entrante il luglio 1820”- Biagio Gamboa.
(2)”La guerra tra i Barba e i Majetta”- La Voce della Bassa Irpinia” del 1° Maggio 1985- avv. Pasquale Perna.