PAZIENTI SMARRITI: un romanzo di Maria Rosaria Pugliese


 

"Pazienti smarriti" di M.R. Pugliese
Ed. Homo Scrivens
Genere: Narrativa italiana
Pubblicato la prima volta da Robin Edizioni nel 2010

 

 

"Pazienti Smarriti" si è classificato al 3° posto nella sezione narrativa della XVII edizione del prestigioso PREMIO DOMENICO REA, assegnato in passato a scrittori quali Enzo Biagi e Luciano De Crescenzo (per una recensione dell'evento, fai clic qui). 
Congratulazioni alla nostra cara socia Maria Rosaria!

 

 

 

La storia di un profondo legame fraterno, che prende spunto dal decorso della malattia dall’esito tragico che colpisce il fratello, rievocata attraverso flashback e inserti onirici sullo sfondo della società italiana degli ultimi 50 anni, nonché dell’amata città di Napoli.

 

 

L.go Antignano, palazzo del dazioIl paziente Ettore, in una fase di remissione della malattia il cui nome, per un senso di pudore misto a terrore, viene nella norma taciuto, ripensa alla Casa degli Spiriti e alle epopee familiari come quella oggetto di lettura della sorella, a cui propone, quasi parlando tra sé e sé, l’idea di fare della propria storia, “in futuro”, il punto di riferimento di un racconto. La reazione della sorella, voce narrante del romanzo, giunge silenziosa e amara: “In futuro, in futuro. Non ho il coraggio di dirgli che siamo quattro gatti, che la nostra vita è assai normale, che non siamo latifondisti e che non c’è nemmeno una rivoluzioncella all’angolo!”.

Questa la “premessa” di un romanzo che racconta del rapporto tra fratelli, senza essere una saga familiare, di una guerra combattuta all’ombra di ospedali, “cittadelle dove non tramonta mai il sole sulla sofferenza umana”, e delle problematiche legate alla sanità, senza essere romanzo di denuncia sociale.
Narrazione che tramite flashback ricuce il passato dei protagonisti, senza trasformarsi necessariamente in flusso di coscienza o mero sfogo liberatorio; che grazie ai continui riferimenti alla cronaca e ai richiami letterari e agli accadimenti del passato è perfettamente inquadrabile storicamente e geograficamente, sebbene la Storia, pur entrando con prepotenza nella vita dei personaggi, si disponga poi sullo sfondo a fare da bordone. Così l’undici settembre, ad esempio, scocca per la famiglia un “Personal Ground Zero”; la fase di crisi seguita al cosiddetto “miracolo economico” (“quando il futuro non faceva paura”), con la relativa mancanza di entusiasmo verso il futuro e il diffuso senso di incertezza, riflette e al tempo stesso fa da cornice al tramonto della caparbia speranza di guarigione.

Dunque una storia di ispirazione fortemente autobiografica, dal tema delicato e straziante, che non si concede al dramma, probabilmente grazie alla “tempra guerriero-scorpionica” della narratrice-protagonista e all’abile penna dell’autrice, mai tendente al compatimento, ma piuttosto a una vasta gamma di toni dall’amaro all’umoristico, e che sempre si mantiene sul filo tra l’immedesimazione con il proprio personaggio, dal punto di vista esplicitamente parziale (come sono spesso anche i ricordi), e un garbato distacco sollecitato al lettore tramite passaggi come quello citato all’inizio.

Epigrafe dell'antico dazio a l.go AntignanoNasce a mio parere dalla reazione della combattente all’impotenza questo romanzo intessuto di metafore belliche, a partire dal nome del protagonista: Ettore, come l’eroe omerico. La donna guerriera/sorella, si presenta fin dall’inizio nella sua ambivalenza: “Ettore, devi sapere che non voglio più pregare né mercanteggiare col Padreterno per la tua guarigione, ma solo supplicarlo perché tu non soffra ancora”. Schierata al fianco della cognata e delle nipoti a formare un piccolo, ma pugnace “Esercito della Salvezza” completamente e incondizionatamente dedito al proprio paziente, la narratrice, con il proprio carattere indomito e risoluto, si inserisce in un lignaggio familiare femminile in cui agli occhi nocciola “ostinati e inespugnabili” di madre e nonna fanno da contrappunto gli occhi azzurri, dolci e ironici, di padre e fratello. Occhi sinceri e pieni di vita, questi ultimi, che ricorrono limpidi e luminosi in diversi punti del romanzo, come nota di colore in una pellicola in bianco e nero, tracciando una sorta di fil rouge e consentendo al lettore di riconoscere ogni volta il suo eroe.

P.tta Due Porte: Arco S. Domenico e Arco S. GennaroLa storia di Ettore è, infatti, il racconto di una metamorfosi inesorabile che da un lato segue il decorso della malattia e da un altro aziona un carosello di ricordi, a volte tendente all’onirico, che hanno sempre a protagonista il fanciullo dagli occhi azzurri. Da una parte abbiamo dunque il male che costringe a “tagliare, asportare, reagire, senza concedere ulteriore vantaggio al nemico”; dall'altra abbiamo la trasformazione del fratello, “guerriero”, “la mia Torre”, in paziente a tutti gli effetti, con lo sguardo disorientato dei degenti e la paura dei comuni mortali. Le strazianti rimozioni chirurgiche, vissute come attentati all’identità, lasciano dei vuoti trasfiguranti che vengono integrati con diverse immagini del passato, corrispondenti a varie fasi di crescita della coppia fratello/sorella. E nella metamorfosi da “guerriero” a “paziente”, vediamo i ritratti di Ciccillino, dello spazzacamino allampanato del solerte boyscout, del cowboy di Piedigrotta, del fratello candido e premuroso sorgere a contrastare la nuova immagine di Ettore colpito dalla malattia: “paziente”, “paziente informato”, “paziente smarrito”, “paziente colonstomizzato”, in un crescendo inesorabile di termini desunti dal gergo tecnico dei medici, anche questi taglienti “come coltelli roteanti che vanno a conficcarsi nel mezzo della fronte”. La formula “Ettore il guerriero” viene però reiterata con ritmo incalzante fino alla fase conclusiva, assumendo una valenza di scongiuro, al fine di esorcizzare quell’immagine di Ettore “paziente”, che al momento finale, nelle ultime righe del romanzo, diventa “il paziente più paziente”.

La morte viene vissuta dalla narratrice come sconfitta, disfatta: la camera da letto trasformata in succursale ospedaliera, il giardino un tempo invidiato ora infestato da marciume e parassiti, l’Esercito della Salvezza sbaragliato. Eppure, con la solita ambivalenza, è proprio in quella dedica dell'amico medico lasciata accanto al letto di morte, "Al mio paziente più paziente", che Ettore riacquista la sua dimensione eroica, nella serena accettazione e nella dignità che è la caratteristica principale di questa straordinaria storia di amore fraterno.

Laura Vigilante Rivieccio


Le immagini sono state scattate a dicembre 2010 e si riferiscono ad alcuni dei luoghi citati nel romanzo.

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