Dal solachianiello al restauratore di calzature

Arti e mestieri a Napoli 

di Giuseppe Manfra

Tommaso ha settantun’anni. Ancora oggi lavora nel suo laboratorio: è un vero maestro, non fosse altro perché porta il mio stesso cognome: Manfra. Ma a parte l’omonimia è davvero un grande artigiano: gentile e disponibile con tutti . Non si tira mai indietro: - Maestro come devo fare con questa scarpa? - Non vi preoccupate ve la accomodo io. Ancora: - Scusate don Tommasino questa cintura è troppo larga … E senza neanche dargli il tempo di finire la frase, la mette sotto la bucarola per fare i fori necessari per stringerla. Qualche altra volta, le signore gli portano le borse e quant’altro Tommaso sappia rabberciare. "Siamo rimasti in pochi a fare questo mestiere" – dice Tommaso. "Ho iniziato a lavorare da piccolino ed ho imparato con avidità tutto il necessario per esercitare il mestiere di calzolaio" – ci tiene a precisare calzolaio perché, come ci spiegherà lui stesso, ci sono altri modi per definire gli esperti di questa attività, che si definiscono in ragione del luogo dove eseguono il loro lavoro.
Per esempio, il termine scarparo si riferisce all’ambito produttivo, quindi a quelli delle fabbriche del centro storico, mentre se ci spostiamo verso Via Roma, i Quartieri, il Corso fino al Vomero, gli operatori del settore venivano chiamati Ciabattini o, con un nome più ridondante, "Solachianielli". Solachianiello deriva da chianiella, un tipo di scarpa fatta a pantofola: una suola poggiata su di un tacco fatto a forma di campana ed una tomaia applicata sulla parte superiore, allo scopo di proteggere il piede, anche se poi – dice Tommmaso - era una scarpa fatta in economia, perché la qualità del pellame utilizzato non era pregiato. Altre erano le scarpe di qualità fatte di pelle di vitello: c’era la cosiddetta "Canottiera", una scarpa molto di moda, bianca e nera, di pelle pregiata che poteva costare anche seimila lire, mentre esistevano scarpe più economiche, le "Derbì", che portavano quattro buchi nella parte superiore per i lacci e costavano dalle tre alle quattromila lire. Erano scarpe di uso comune.
Erano gli anni tra il dopoguerra e la grande crescita, tanto che anche questo mestiere fece il suo boom! … Gli artigiani tenevano fino a 5 o 6 apprendisti. Nel 1960 mi chiamarono dalla Confartigianato per insegnare ai giovani il mestiere, poiché io ero riconosciuto maestro d’arte, ma la mole di lavoro era così elevata che non potetti accettare l’incarico. Infatti, come ci spiegherà Tommaso, successivamente tutti i calzolai iniziarono a costruire le scarpette ortopediche per i bambini: - I dottori avevano preso la fissazione che tutti i bambini dovevano avere le scarpe ortopediche … nascevano tutti storti …Ben per noi, perché era tutto lavoro! Le famiglie facevano la visita ortopedica ai propri figli e i medici certificavano a tutti i bambini la necessità di portare le scarpe ortopediche . Secondo me fu un'esagerazione dettata dal consumismo che fece delle scarpe ortopediche una strana moda.
Negli anni ottanta nacquero magazzini specializzati per le scarpe ortopediche. Certo, quella di Tommaso è una testimonianza sincera, senza peli sulla lingua, che riconosce il malcostume del settore attraverso un’autocritica sincera e costruttiva. Oggi i calzolai vanno scomparendo: è l’epoca delle produzioni industriali, ci sarà ancora spazio per il modellista, l’orlatrice, il montatore, il solettatore e lo sformatore (quello che prepara la scarpa per la rifinitura). Nuovi modelli, soprattutto quelli sportivi, hanno distrutto il compito dei riparatori di scarpe e sebbene qualcuno cerchi di recuperare questo mestiere proponendo un nome più elegante ("RESTAURATORE DI CALZATURE"), la società del consumo li ha già condannati!