Gemito a Villa Pignatelli

         La mostra         Nella sede del Museo Pignatelli, a distanza di cinquant’anni dalla mostra monografica tenutasi al Palazzo Reale di Napoli nel 1953, è stata allestita una grande retrospettiva dedicata a Vincenzo Gemito, geniale protagonista del panorama artistico europeo tra l’Ottocento e il Novecento. Si tratta di una rassegna ampia e articolata che costituisce un’occasione unica per riscoprire e far conoscere un grande esponente delle arti di Napoli.

         L’esposizione documenta anche aspetti poco conosciuti della sua attività, come le piccole sculture cesellate con precisione quasi maniacale in metalli preziosi, con metodologie allora sperimentali ma, al tempo stesso, rispettose di una lunga tradizione dal Gemito attentamente studiata sui modelli classici.

          La mostra si apre con due sale che espongono le opere più rappresentative delle collezioni Minozzi  e Consolazio, mecenati legati a Vincenzo Gemito da stretti rapporti d’amicizia. Prosegue seguendo i temi ricorrenti nella sua produzione: scugnizzi (compagni di gioco della sua infanzia), pescatori, acquaioli, popolane, tutti rappresentanti di un’umanità senza tempo raffigurata senza alcun intento polemico o di denuncia sociale. Troviamo poi ritratti e autoritratti, meduse e sibille, grandi personaggi storici, quali Alessandro Magno e Carlo V. Seguono uomini illustri come Giuseppe Verdi, Domenico Morelli e Raffaele Viviani. 

        Sono presenti le opere che lo resero famoso in tutto il mondo (quali l’Acquaiuolo, il Giocatore di carte e il Pescatore), nelle quali Gemito esprime la sua capacità di cogliere la realtà fissata nel gesto e nell’attimo,inserendosi nella grande tradizione del Verismo.         Tra gli altri lavori spiccano: La Zingara - intenso volto senza tempo di una fanciulla dallo sguardo smarrito - l’Autoritratto Giovanile, il Ritratto della moglie Anna Cutolo e numerose opere di terracotta appartenenti al periodo giovanile (lo Scugnizzo, il Moretto, il Fiociniere). 

        Particolare attenzione è riservata alla ricca produzione grafica, con una selezione di numerosi autoritratti nonché disegni, in parte inediti, realizzati a penna, a matita, a carboncino e ad acquerello, dedicati all’amato patrigno Mastro Ciccio ed alle sue donne ( la moglie Anna, la compagna Matilde Duffaud, la figlia Giuseppina). 

        Al piano terra della villa trovano posto altre opere: il modello in cera del centrotavola realizzato per Umberto I è esposto nella Sala da Pranzo; il Narciso eseguito per i Pignatelli è nel Fumoir; la grande scultura raffigurante Oscar du Mesnil, proveniente dal Museo di Philadelphia, è nella Sala da Ballo. In quest’ultima vi è anche un’ nteressante sezione documentaria e fotografica che testimonia la vita di Gemito, i luoghi e le persone a lui cari, gli amici pittori ( come Mancini, Casciaro e Irolli) e i committenti che lo sostennero nei momenti più drammatici della sua esistenza. Sono esposte, inoltre,  numerose lettere dell’artista alla madre Giuseppina Baratta, alla moglie Anna Cutolo e alla figlia, nonché un’ interessante corrispondenza con il poeta Gabriele D’Annunzio.

Biografia di V. Gemito 

        La vita di Gemito fu un susseguirsi di avvenimenti esaltanti, ma anche di episodi di  grande infelicità che segnarono il suo corpo e la sua mente fino a portarlo alla follia.

         Nacque a Napoli nel 1852 da genitori ignoti. Abbandonato nella ruota dell’Annunziata, fu “un figlio della Madonna” al quale fu attribuito il cognome Genito, che divenne Gemito per un errore di trascrizione dell'impiegato dell'anagrafe. 

        Fu adottato da una famiglia di umili condizioni: la mamma adottiva fu Giuseppina Baratto, che in seconde nozze aveva sposato il muratore Francesco Jadiciccio, detto "masto Ciccio", uno dei soggetti più rappresentati nelle opere dell'artista. Da bambino la sua vita fu la strada che frequentava insieme ad altri scugnizzi suoi coetanei, ai quali si accompagnava nei vagabondaggi quotidiani e nei giochi infantili. 

        Ancora piccolo apprese i primi rudimenti dell’arte nella bottega di Emanuele Caggiano e, successivamente, presso quella di Stanislao Lista. Durante la sua adolescenza, povera e irrequieta,  frequentò assiduamente il pittore Antonio Mancini. Insofferente e ribelle alle esercitazioni scolastiche imposte dai maestri,  soleva rifugiarsi nei sotterranei di S. Andrea delle Dame. Qui presero vita le sue prime opere, che già rivelano l'orientamento verso un realismo profondamente radicato nella cultura meridionale. Egli stesso scrisse: “le mie opere sono prese dal vivo così come sono esistite…”.  

        Si sa che Gemito allo scopo di ottenere la migliore ispirazione teneva a lungo il modello in piedi su di un sasso cosparso di sapone al fine di cogliere al meglio l’energia e la potenza corporea. Tra le opere risalenti al periodo giovanile spiccano quelle di bambini cui seppe infondere una sorta di intima e delicata sofferenza, come ad esempio nel Malatiello -(Napoli, Museo di Capodimonte) e il Giocatore di Carte in terracotta, che fu acquistato dal re Vittorio Emanuele II per il Palazzo di Capodimonte. 

        Dopo un primo corso presso la scuola serale di San Domenico Maggiore, la madre lo iscrisse al Real Istituto di Belle Arti nel 1870. In quegli anni realizzò numerose opere come il Bruto ed i ritratti di vari artisti, tra questi Domenico Morelli, Giuseppe Verdi e Antonio Mancini

         Nel 1876 trasferì il suo studio nelle vicinanze del Museo Archeologico. Questo periodo fu caratterizzato dallo studio e dall’approfondimento dell’arte classica e dall’osservazione dal vero. Tutto ciò si rivela nell’opera “il Pescatoriello” sintesi emblematica della sua arte.  

                Nel 1878 Gemito si trasferì a Parigi, dove si riunì all’amico Antonio Mancini e incontrò August Rodin, con il quale condivideva l’amore per il disegno, i riferimenti al linguaggio classico e le allusioni simboliche. In questo periodo partecipò a mostre di livello internazionale, ricevendone notevole fama... Fu spesso ospite di Jean Louis Ernest Meissonier, con cui strinse una grande amicizia, legandosi a lui soprattutto sul piano umano, non tanto su quello artistico.

         Rientrato in Italia, soggiornò per lungo tempo a Capri dove realizzò numerose opere come il Filosofo e la Zingara, testimonianze sublimi della sua arte. Sposò Anna Cutolo, donna bellissima, esaltata anche nelle rime di Salvatore di Giacomo, la quale in passato era stata modella ed amante di artisti famosi. Un’accesa gelosia ed un feroce rancore verso tutti i colleghi che l’avevano ritratta nuda, tra cui anche Domenico Morelli, contribuirono a scatenare la sua follia. 

        Tornato a Napoli, gli fu commissionata la statua in marmo di Carlo V per la facciata di Palazzo Reale. Ebbe anche l’incarico di realizzare per il re il Trionfo da Tavola, raffigurante Mari e Fiumi d’Italia con intorno tutto il vasellame. L’ansia di adeguarsi a modelli classici e un’ossessiva insoddisfazione di quanto realizzato lo segnarono profondamente, impedendogli di trasferire nel marmo il modello bronzeo di Carlo V . Anche la realizzazione del Trionfo da Tavola gli procurò molta insoddisfazione a causa della sua difficoltà  nell’individuare i riferimenti culturali del soggetto. Si accentuarono così i  segni di quello squilibrio mentale che lo portò a un ventennio di tragico isolamento nella sua casa di Via Tasso a Napoli. Usciva raramente e sempre accompagnato dai familiari. Per la gente divenne “ o’ scultore pazzo”. 

         In quel periodo si dedicava alla grafica. Per esigenze anche economiche, produsse centinaia di ritratti, spesso realizzati anche con l’ausilio del mezzo fotografico. Questa produzione non rappresentò un’involuzione e un inaridimento della sua ispirazione, ma al contrario confermò la sua esigenza di rappresentare le cose semplici in quanto profondamente vere.         Dalla follia riuscì a guarire dopo una decina di anni. Riprese l’attività dedicandosi soprattutto ad opere di oreficeria. Veniva venerato come un vecchio patriarca e a lui erano dedicati scritti, articoli, recensioni su riviste e giornali del tempo.  

        Gli eroi lo accompagnarono sempre negli ultimi anni di vita: Alessandro Magno, la Medusa, la Sibilla e le Sirene divennero i suoi temi preferiti.  

       Sperimentò nuove tecniche di fusione, cercò nuove leghe, preferì lavorare i metalli preziosi con i quali eseguì gioielli in stile liberty.  

       Lavorò fino agli ultimi giorni di vita. Ebbe un malore mentre nella Fonderia Laganà si apprestava a terminare un’opera. Riuscì, barcollante, a raggiungere casa dove, delirante, fu adagiato sul letto. Morì tranquillamente il 1° marzo 1929 dicendo “voglio dormire”. 

Rosa Coppeto